>>> A stizzania percia a timpa

Avete mai visto un campo di “giuggiulena”? E uno di “cece nero”? Sono soltanto due delle innumerevoli sementi che un tempo venivano coltivate in tutta la Sicilia e che oggi sono quasi sparite, se non addirittura estinte. Ecco perché un gruppo di “custodi del territorio” si sta impegnando nel loro recupero e nella loro valorizzazione tramite la creazione di un Giardino delle Sementi Antiche. Un progetto affascinante, portato avanti dalla SOAT e dall’I.I.S.S. di Sciacca, che mira non solo alla riscoperta delle antiche varietà locali, ma anche a una sorta di “recupero genetico” di quelle varietà di cereali, legumi, ortaggi e frutti che un tempo rendevano ricchissimo (e coloratissimo) il nostro territorio agricolo.

Anticamente, infatti, le varietà coltivate erano molto numerose e variavano da zona a zona, non erano quasi mai censite, tranne quelle più conosciute e, talvolta, non avevano neppure un nome specifico. Ogni contrada aveva i suoi ortaggi (l’antichissima varietà di lattuga riccia “Zio Michele” o la fava “Ecotipo di Sciacca”), ogni paesino i suoi frutti (l’anguria bianca “muscareddu”)…Per questo motivo, accadeva che ogni zona avesse le sue piante tipiche ed esclusive, originate per caso e selezionate nei secoli dai contadini, componendo un incredibile patrimonio di biodiversità agronomica.

Poi gli agricoltori, per effetto della globalizzazione, per comodità e per risparmiare tempo e aumentare le quantità prodotte, cominciarono a preferire l’acquisto dei semi prodotti dalle multinazionali piuttosto che quelli provenienti dall’autoproduzione o dal contadino conoscente, eliminando di fatto l’utilizzo delle sementi locali.

Le grandi compagnie multinazionali erano in grado di controllare i semi genitoriali nel loro sviluppo in laboratorio, nessun agricoltore sarebbe stato in grado di produrre gli ibridi. L’avvento dei semi Ogm, cioè geneticamente modificati, ha dato quindi l’ultima batosta alla biodiversità agronomica, mandando nel dimenticatoio un immenso patrimonio di sementi che i contadini avevano gelosamente selezionato e custodito per secoli.

Risultato? Oggi la produzione agricola oggi si indirizza su un numero sempre più esiguo di specie e varietà caratterizzate da una più elevata produttività che meglio si adattano alle esigenze di un sistema distributivo sempre più asfittico e concentrato.

Si accentua sempre più la destagionalizzazione e vengono preferite quelle varietà “ibride” che presentano una costanza nella produzione, ed una buona adattabilità ai sistemi di lavorazione e alla raccolta meccanizzata. Prevalgono le varietà in grado di garantire un piacevole effetto estetico agli occhi del consumatore della città, sempre più lontano dalla cultura contadina e sempre meno capace di effettuare scelte qualitative reali e consapevoli.

La frutta, per esempio, deve essere di grandi dimensioni, deve presentare una uniformità di pezzatura, resistere alle manipolazioni e ai trasporti.

Negli ultimi anni, tuttavia, è nata una nuova consapevolezza, ormai sempre più diffusa, sull’importanza di salvare dall’estinzione il germoplasma autoctono, ossia il materiale in grado di trasmettere i caratteri ereditari da una generazione (di sementi) all’altra. Per questo motivo la SOAT di Sciacca dell’Assessorato regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea intende predisporre una rete di “Agricoltori custodi del germoplasma locale”, allo scopo di recuperare e moltiplicare presso la propria azienda quelle varietà cerealicole, orticole e frutticole locali che non fanno parte di quelle commerciali, ma che rappresentano la nostra storia, il nostro territorio e la nostra identità. In altre parole, le nostre radici.

Author: Mario Turturici

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